di Gianni Gori, Alessandro Gilleri

musiche Weil, Stolz, Hollender, Gershwin

con Marzia Postogna, Andrea Binetti

regia Tommaso Tuzzoli

scene e costumi Pierpaolo Bisleri

 

produzione Golden Show Trieste

in collaborazione con Comune di Muggia, Associazione Tnaos di Trieste

 

6 dicembre 2016

Teatro degli Avvalorati
Città della Pieve (PG)

 

24, 25, 26 marzo 2017

Teatro Tor bella Monaca Roma

 

1 aprile  2017

Nuovo Teatro Comunale
di Gradisca  d’Isonzo (Go)

 

6 aprile 2017

Teatro Bobbio Trieste

 

9 aprile 2017

Teatro Mario Apollonio Varese

 

12 aprile 2017

Teatro Manzoni  Milano

 

 

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Recensioni

flaminioboni.it

TI PARLERÒ D’AMOR

 

Nella Berlino degli anni Trenta due sfortunati artisti di cabaret (coppia di fatto per reciproco interesse) cercano – oltre a un lavoro, sia pur precario – l’occasione per rilanciare altrove la propria carriera. Sono i tempi delle Olimpiadi, ma anche delle leggi razziali.

Lei sogna di raggiungere in America Marlene Dietrich che un giorno lontano le ha scritto una lettera d’incoraggiamento; lui, più realisticamente, pensa a Parigi (generosa nell’accoglienza verso gli artisti perseguitati). Ne nascono situazioni comiche e momenti di poesia, scanditi da sogni, ricordi e dalle memorie musicali di Weill, Stolz, dalle canzoni francesi e italiane del tempo, da Gershwin: un percorso affascinante, dalla drammatica e toccante conclusione.

L'ambientazione voluta dal regista e ideata dallo scenografo Pierpaolo Bisleri rende in modo astratto, ma simbolico, il clima della Germania degli anni 30, con uno scivolo prospettico che rappresenta il perimetro della stanza dove si svolge la vicenda.

Note di regia

Siamo nella Berlino del 1936, nei giorni delle Olimpiadi. Rinchiusi in un piccolo appartamento ingombro di valigie dove si respira un clima d'attesa troviamo immersi i personaggi di Ti parlerò d'amor.

Due cabarettisti, un uomo ed una donna, costretti a nascondere il proprio passato e la propria origine per non cadere vittime delle assurde leggi del regime nazista.

Una storia in cui si affronta la tematica razziale così come la persecuzione degli omosessuali ricordando il paragrafo 175 (articolo del codice penale tedesco risalente al 1871 i cui procedimenti vennero ampliati dai nazisti nel 1935) che causò la morte di migliaia di persone. Due vite legate l'una all'altra da un sodalizio artistico e da un amore incondizionato.

Lei sogna l'America ma nel contempo nega l'amara realtà in cui resta schiacciata a causa di un amore senza limiti per la propria città: Berlino.

Lui sogna di raggiungere la libertà scappando a Parigi con lei, e cerca di dissuaderla dall'idea di restare.

Se il piano reale vive di tensione, silenzi, piccoli litigi, confessioni inattese, l'unione artistica nel suo manifestarsi cerca di ricreare un'atmosfera ironica, sognante, fatta di canzoni e vecchi numeri di cabaret come fuga dalla brutalità dell'uomo.

Un testo tra prosa e musica, un omaggio al mondo del cabaret tedesco e a quegli autori che dovettero fuggire dalla Germania per evitare le persecuzioni naziste.

Un testo dove le canzoni assumono la funzione per i due protagonisti ora di dialogo ora di monologo.

Gli arrangiamenti delle canzoni, eseguite al pianoforte dal maestro Corrado Gulin, seguono l'andamento emotivo degli interpreti.

La scenografia realizzata da Pier Paolo Bisleri su cui si muovono i protagonisti rappresenta il perimetro della stanza dove si svolge la vicenda. Una stanza il cui freddo pavimento marmoreo rispecchia i lavori dell'architetto nazista Albert Speer, mentre la presenza delle valigie raccontano da un lato la condizione di chi vive il mondo dello spettacolo, dall'altro di chi è pronto alla fuga.

La mancanza di pareti permette alla stanza di trasformarsi in un luogo surreale, sospeso. Le luci realizzate da Nino Napoletano creano atmosfere in bilico tra realtà, ricordo di un passato artistico e nuove speranze. L'utilizzo dei tagli di luce freddi e dei controluce ora sostengono la tensione e i silenzi ora disegnano lo spazio con delicati colori pastello da sogno. La storia di quegli anni ha mostrato l'uomo nel suo essere disumano, eppure quella catastrofe, deve sempre continuare a farci chiedere, guardandoci negli occhi, perché.

 

Le musiche

Isolata nell’anomalia di un menage e di un precario mestiere, la strana coppia dello spettacolo evoca memorie musicali che attraversano la storia e fa affiorare nello stesso tempo le disillusioni e le speranze di evasione dei due artisti: dal crogiolo culturale della Berlino di Bertolt Brecht alla Parigi degli anni trenta (già rifugio di intellettuali e artisti minacciati dal nazismo), alla Roma dei telefoni bianchi, alla mitica fabbrica dei sogni hollywoodiana. Così dalle memorie musicali di Ti parlerò d’amor affiora il Weill di “Berlin in Licht”, di “Surabaya Johnny” da Happy End (1929) e di “Youkali” (l’isola che non c’è nel tango-habanera del 1934), i cavalli di battaglia di Marlene Dietrich ormai oltreoceano, le canzoni di Friedrich Holländer (“Kinder, heute Abend...”) e di Ralph Maria Siegel (“Ich hab’ noch eine Keffer in Berlin”), l’Italietta felicemente cantata da Cesare A. Bixio e Giovanni D’Anzi, i Song-capolavori di George Gershwin e Irving Berlin; per finire con l’interrogativo struggente (Warum?) di Robert Stolz, il più longevo compositore viennese, autore appunto del brano che chiude lo spettacolo (“Das Lied ist aus – La canzone è finita”) e che rappresenta tutta una civiltà di artisti in fuga. Ed è dello stesso Stolz la mitica “Abatjour” (intonata nella prima parte della pièce) entrata nel repertorio salottiero e cinematografico come versione italiana dell’ oriental fox-trot intitolato “Salome”.

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